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Alla sinistra di Papi

L'abitante medio di Berlusconilandia si avvicina alla sessantina. Da adolescente, ha avuto la fortuna di accedere ad un sistema scolastico libero e gratuito, di ottima qualità. E sempre "a gratis", come dicevano i sudditi del papa Re, è stato assistito, per almeno tre decenni e mezzo, da un sistema sanitario che gli americani nemmeno sognavano. Così, in buona salute e pervaso da idee altruiste, ha partecipato ad un'indimenticabile stagione politica -tra gli anni Settanta-Ottanta- dove tutti pensavano di avere un solo fine, quello di garantire diritti uguali per tutti e a vantaggio di tutti.

Oddio, anche l'abitante medio di Berlusconilandia ha letto Orwell e ha meditato sul fatto che in una società di uguali, qualcuno riesce sempre ad essere più uguale di qualcun altro. Ma erano tempi in cui i futuri berlusconidi potevano pensare al futuro con un certo ottimismo. Perchè, in un Paese dove la funzione di mamma era svolta da una vecchia, cara Chiesa Cattolica sempre pronta a distrarsi dalla religione per impegnarsi nel sociale e dove il ruolo del papà veniva assunto da un Partito Comunista -il secondo per iscritti dopo il PCUS- che si definiva geneticamente disinteressato al socialismo perché fondato da Gramsci soprattutto per conquistare l'egemonia culturale, nello Stivale la vita sembrava scorrere concreta nei fatti, libera nella fantasia.

Ci voleva un personaggio monomaniacalmente interessato solo a se stesso per rompere l'incanto. Berlusconi iniziò a fondare Berlusconilandia quando fece credere alla mamma ed al papà della Penisola di poter riuscire, proprio come l'Arlecchino di Goldoni, ad essere il servitore di due padroni. Dalla Chiesa, cioè dal gesuita Padre Rotondi, rilevò le frequenze oberate di debiti di Rete 4, promettendo che sarebbe rimasta la base del futuro sistema televisivo cattolico italiano.

Come ex frequentatore di istituzioni cattoliche, compresa l'Opus Dei, sapeva benissimo che le promesse fatte ai preti non sono vincolanti e, comunque, ogni offesa è riparabile con una congrua offerta per buone opere future. Alla sinistra promise libero accesso a Canale 5 per ogni utopia immaginata dalla galassia "progressista" del Paese. E per non suscitare troppi dubbi, assunse a piene mani i rampolli di tutti gli intellettuali organici alla cultura bene intenzionata e ipersalariata di sinistra. Anzi, nei primi dieci anni di vita del sistema mediatico del Cavaliere di Arcore, entravi a Canale 5 presentato dalla sinistra: sarà solo un caso se i personaggi, comici e giornalisti compresi, che furoreggiano su Telekabul, cioè la terza rete della televisione di stato, si sono in molti casi fatti ossa e fama sulle reti Mediaset?

L'abitante medio di Berluscolandia, più o meno giovane, non ha motivi per meravigliarsi della vicenda Noemi. I più anziani ricordano negli anni Ottanta una trasmissione berlusconiana intitolata "Non è la Rai" che, per diversi anni, ha sedotto almeno una generazione di italiane adolescenti mentre a sinistra si proponeva la depenalizzazione dei rapporti sessuali tra minorenni senza limiti di età ed adulti. Qualche ottuso baciapile conserva le interviste e gli articoli con i quali, all'epoca, un intellettuale allora deputato e ora sognatore di improbabili rivoluzioni proletarie su Il Manifesto, non solo difendeva la tesi ma si dichiarava pronto a dare nomi di minorenni figlie di sue amiche, alle quali aveva insegnato l'arte ed il mestiere della camera da letto.

Perciò nemmeno l'abitante più giovane di Berlusconilandia si stupisce poiché quello che Berlusconi fa nella sua villa sarda lo vede fare negli attici con terrazza del centro di Roma e nelle ville di Malindi. E seppure di centrosinistra, ha dovuto votare sindaci e segretari politici che coltivano l'hobby di possedere case a New York e in diverse località esotiche. Oltretutto negli ultimi parlamenti, ha visto candidare cugine e fidanzate di chiunque, pornodive e transessuali senza altri mestieri che facendo sognare il Sol dell'Avvenire ai pochi sopravvissuti di sinistra, si accontentano di sfruttare le ombre berlusconiane per portare la politica giù, sempre più giù.

Filippo Di Giaccomo è sacerdote e analista de 'La Stampa'